Storia che si ripete: l'America di Trump e l'ascesa del fascismo nel '900 Storia che si ripete: l'America di Trump e l'ascesa del fascismo nel '900

Storia che si ripete: l'America di Trump e l'ascesa del fascismo nel '900

Storia che si ripete: l’America di Trump e l’ascesa del fascismo nel ‘900

Introduzione

La storia spesso sembra ripetersi o perlomeno “fare rima” con il passato. Oggi, molti osservatori tracciano parallelismi inquietanti tra gli Stati Uniti dell’era Donald Trump e l’Europa dei primi decenni del ‘900, quando la democrazia cedette il passo ai regimi fascista in Italia e nazista in Germania. In particolare, la recente presidenza Trump (2025-2026) – segnata da retoriche estreme, derive autoritarie e politiche discriminatorie – viene sempre più comparata alla fase di erosione finale della democrazia che caratterizzò l’ascesa al potere di Benito Mussolini e Adolf Hitler. Se la storia si ripete, possiamo chiederci: a che punto del processo ci troviamo? Alcuni suggeriscono che gennaio 2026 negli USA equivalga simbolicamente al 1933 in Germania o al 1925 in Italia – un momento in cui formalmente esiste ancora una democrazia, ma l’instaurazione di una dittatura è imminente. In questo saggio analizzeremo, in ottica comparativa, i paralleli politici, sociali e culturali tra l’America di Trump e l’Europa dei primi decenni del XX secolo: dal malcontento popolare sfruttato dai leader, alle strategie di propaganda e manipolazione, fino alle leggi razziali di ieri e ai provvedimenti razzisti di oggi. Verranno presentati confronti tematici e cronologici – inclusa una timeline comparativa – per comprendere dove ci collochiamo “storicamente” nel cammino verso un potenziale autoritarismo.


Malcontento sociale e ricerca del capro espiatorio

Alla base di entrambi i fenomeni storici troviamo società attraversate da profonda frustrazione e paure diffuse, in cerca di qualcuno da incolpare per la crisi. Negli anni ‘20 e ‘30, l’Europa usciva sconvolta dalla Prima guerra mondiale e dalla Grande Depressione: in Germania la Repubblica di Weimar era logorata da inflazione e disoccupazione alle stelle, in Italia il dopoguerra portò disordini sociali (il “biennio rosso”) e crisi economica. Le popolazioni erano stanche e umiliate, pronte ad ascoltare chi prometteva ordine e riscatto nazionale. Hitler seppe canalizzare il rancore tedesco verso il capro espiatorio degli ebrei (accusati di aver “pugnalato alla schiena” la Germania nella Grande Guerra) e verso le potenze straniere che con Versailles avrebbero condannato il paese. Mussolini, dal canto suo, indirizzò la rabbia di molti italiani contro i socialisti/comunisti interni e contro le debolezze del parlamento “inefficiente”.

Allo stesso modo, nell’America contemporanea la crisi finanziaria del 2008, la crescente disuguaglianza economica, i mutamenti demografici e la pandemia COVID-19 hanno alimentato insicurezza e risentimento in ampi strati della popolazione. Trump ha saputo intercettare questo malcontento offrendone spiegazioni semplici e colpevoli ben definiti: immigrati, minoranze, élite globaliste. Fin dal discorso che aprì la sua campagna 2015, Trump ha demonizzato gli immigrati come criminali e minaccia per la società (definì i migranti messicani “stupratori” e portatori di droga). Ha accusato la politica “globalista” di aver tradito i lavoratori americani, e presentato sé stesso come outsider anti-sistema capace di “bonificare la palude” (“drain the swamp”) a Washington – curiosamente uno slogan simile a un motto di Mussolini durante la bonifica dell’Agro Pontino. Come i fascisti storici, Trump ha semplificato problemi complessi indicando nemici facilmente identificabili: ad esempio, ha imputato il crimine e la disoccupazione ai migranti latinos, il terrorismo ai musulmani, il declino dei “valori tradizionali” ai movimenti progressisti. Questa strategia “decomplessifica” il mondo offrendo risposte nette: “tutta colpa di loro”. È lo stesso meccanismo che un secolo fa indusse tanti a credere che eliminando “l’altro” (l’ebreo, lo straniero, il bolscevico) si potessero risolvere magicamente le crisi nazionali.

Un elemento comune è dunque la paura dell’alterità sfruttata dai leader. Hitler edificò un’ideologia basata sulla purezza razziale e sull’antisemitismo virulento; Mussolini fece leva sul nazionalismo e sull’odio antibolscevico, abbracciando poi anch’egli l’antisemitismo nel 1938. Trump, pur non proponendo un’ideologia razziale “biologica” esplicita, ha dato voce e legittimità a correnti nazionaliste xenofobe nell’opinione pubblica americana. Il suo slogan “Make America Great Again” (“rendiamo di nuovo grande l’America”) richiama la promessa di un ritorno a un passato mitico di grandezza perduta, analogamente ai richiami di Hitler a un nuovo Reich millenario o di Mussolini a una rinnovata gloria di Roma. È una retorica che attecchisce su un popolo “stanco degli altri e della crisi”, desideroso di un uomo forte che ristabilisca l’ordine e l’orgoglio nazionale.


Dalla democrazia al regime: l’ascesa al potere

Un parallelo evidente riguarda il percorso di ascesa di questi leader e il modo in cui hanno minato le istituzioni democratiche dall’interno. In Germania e Italia, i futuri dittatori inizialmente sfruttarono – e sovvertirono – il sistema democratico per ottenere legittimità, salvo poi demolirlo una volta giunti al vertice. Anche negli Stati Uniti vediamo segnali di un simile schema.

Adolf Hitler tentò prima la via violenta: nel 1923 guidò un colpo di stato (il Putsch di Monaco) che fallì, ma che gli fruttò notorietà nazionale e un processo mediatico durante il quale propagandò le sue idee. Condannato per alto tradimento, scontò una pena lieve (9 mesi) durante la quale scrisse Mein Kampf. Dieci anni dopo, Hitler cambiò tattica: approfittando della crisi economica del 1929, portò il partito nazista al successo elettorale (37% nel 1932) e ottenne la nomina a Cancelliere nel gennaio 1933. Da quella posizione, in pochi mesi smantellò la democrazia di Weimar. Ugualmente, Benito Mussolini organizzò squadre paramilitari (le camicie nere) che nel 1922 marciarono su Roma seminando il caos; il Re, intimidito, lo incaricò di formare il governo. Inizialmente Mussolini governò in una coalizione, ma dopo appena due anni – a seguito dell’assassinio del deputato oppositore Giacomo Matteotti (1924) – colse l’occasione per instaurare la dittatura: nel gennaio 1925 rivendicò la responsabilità politica della violenza fascista e di fatto abolì lo stato liberale, mettendo fuori legge partiti e stampa libera.

Donald Trump, da parte sua, è giunto al potere attraverso gli strumenti elettorali (vincendo le elezioni del 2016 e poi tornando alla Casa Bianca nel 2024). Tuttavia, non ha mancato di flirtare con metodi sovversivi e violenti. A fine del suo primo mandato, quando nel novembre 2020 perse le elezioni, Trump rifiutò di accettare il verdetto delle urne e diffuse la “Grande Menzogna” che la vittoria gli fosse stata rubata da brogli massicci – accusa mai provata. Questa narrazione cospirativa ha evidenti analogie con le bugie di Hitler dopo la Prima guerra mondiale: Hitler accusava forze “interne” (ebrei, socialisti, democratici) di aver tradito la Germania causando la sconfitta, alimentando così il mito della Dolchstoßlegende (la “pugnalata alle spalle”). Allo stesso modo, Trump ha minato la fiducia nel sistema democratico americano proclamando di essere vittima di un complotto elettorale. Entrambi dunque hanno fatto leva su una grande menzogna ripetuta fino a farla sembrare credibile: Hitler stesso teorizzò che quanto più enorme è una bugia, tanto più il popolo tende a crederci, perché l’uomo comune “mentirebbe solo in piccole cose e si vergognerebbe di menzogne troppo grandi, quindi non concepisce che qualcuno possa avere l’impudenza mostruosa di falsificare la realtà in modo così infame”. Su queste basi Hitler ottenne il potere nel 1933, e Trump riuscì a mantenere la presa sul suo movimento dopo il 2020.

Il momento più drammatico di questa strategia in America è stato il 6 gennaio 2021, quando Trump ha istigato migliaia di suoi sostenitori ad assaltare il Campidoglio a Washington, nel tentativo di bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden. Questo evento – la prima volta nella storia che la sede del Congresso USA veniva preso d’assalto da cittadini ribelli – è stato spesso paragonato al Putsch di Hitler del 1923: in entrambi i casi si trattò di un tentativo di colpo di mano da parte di estremisti violenti guidati da un leader nazionalista carismatico. Come il Putsch fallito indebolì temporaneamente Hitler (che fu arrestato), così l’insurrezione del 6 gennaio inizialmente sembrò segnare la fine politica di Trump, che venne condannato dal Congresso (secondo impeachment) e sospeso dai social media. Ma c’è una differenza significativa: la debole democrazia tedesca degli anni ‘20 fu paradossalmente più incisiva nel punire Hitler – processandolo e tenendolo lontano dai riflettori per anni – di quanto la robusta democrazia americana sia riuscita (finora) a fare con Trump. Hitler rimase bandito dalla politica attiva per quasi un decennio; Trump, invece, in meno di tre anni dal “putsch” americano è tornato al potere, grazie alle elezioni del 2024. Questa “accelerazione” ha portato alcuni storici a notare che Trump ha bruciato le tappe rispetto al ritmo con cui Hitler passò dal fallito golpe alla conquista del potere.

Paralleli paramilitari

Un altro parallelismo riguarda l’uso (o la compiacenza) di forze paramilitari e della violenza politica. In Italia gli squadristi fascisti aggredirono e intimidirono sistematicamente avversari politici già prima della presa del potere; in Germania le camicie brune (Sturmabteilung o SA) di Hitler agivano come un esercito privato nazista, organizzando spedizioni punitive contro comunisti, sindacalisti ed ebrei. Negli Stati Uniti non esiste un equivalente paramilitare ufficiale di partito, ma durante l’era Trump abbiamo visto il fiorire di milizie di estrema destra e gruppi suprematisti (Proud Boys, Oath Keepers, miliziani armati) che si sono posti al servizio della causa trumpiana. Episodi come la marcia neonazista di Charlottesville nel 2017 (finita in tragedia) o i vari complotti violenti sventati (ad es. il piano di rapimento della governatrice del Michigan nel 2020) mostrano come un clima di violenza politica latente sia cresciuto attorno alla retorica incendiaria di Trump. Il 6 gennaio 2021 molti appartenenti a questi gruppi hanno partecipato all’attacco al Congresso, in un’azione coordinata che ricorda le violenze squadristiche del passato. Trump stesso, in un dibattito del 2020, si rivolse ai Proud Boys con la frase ambigua “stand back and stand by” (“state fermi e state pronti”), suonata a molti come un incitamento a farsi trovare preparati all’azione.

Significativamente, così come Hitler e Mussolini graziarono o incorporarono nei nuovi apparati di regime coloro che li avevano aiutati con la violenza (Mussolini legalizzò le camicie nere nella Milizia fascista; Hitler diede un ruolo alle SA – almeno fino alla purga del 1934), Trump ha promesso clemenza e protezione per i suoi. Durante la campagna 2024 dichiarò che avrebbe concesso il perdono presidenziale a molti dei condannati per i fatti del 6 gennaio. Una volta tornato alla Casa Bianca, infatti, nel 2025 Trump ha graziato quasi tutti i rivoltosi di Capitol Hill condannati, equiparandoli a patrioti ingiustamente perseguitati. Questo gesto senza precedenti – perdonare persone che avevano cercato di sovvertire la democrazia in suo nome – invia un messaggio chiaro: chi agisce “per Trump” godrà dell’impunità del regime, proprio come accadde ai violenti sostenitori dei dittatori fascisti del ‘900.


Democrazia in pericolo: istituzioni svuotate e svolta autoritaria

Uno dei paralleli più allarmanti è il modo in cui, una volta al potere, questi leader svuotano le istituzioni democratiche dall’interno e si arrogano poteri sempre più assoluti. Hitler, nel giro di pochi mesi dal suo insediamento (1933), utilizzò un evento traumatico – l’incendio del Reichstag – come pretesto per sospendere le libertà civili e ottenere dal parlamento i pieni poteri (Ermächtigungsgesetz, marzo 1933). Eliminò poi ogni opposizione: mise al bando i partiti (tranne il Nazista), sciolse i sindacati, subordinò la magistratura al volere del Führer e fece giurare all’esercito fedeltà personale a lui. Mussolini agì in modo analogo: approvò leggi eccezionali (come la Legge Acerbo del 1923 per distorcere il sistema elettorale a suo favore), quindi tra 1925 e 1926 varò le “leggi fascistissime” che abolirono la libertà di stampa, sciolsero i partiti e crearono tribunali speciali. In entrambi i casi, nel giro di pochi anni dall’ascesa al governo, la democrazia fu di fatto smantellata e sostituita da regimi autoritari monopartitici.

Cosa sta accadendo negli Stati Uniti (2025-2026)?

Sebbene il quadro istituzionale americano sia solido di per sé (Costituzione, Corte Suprema, Congresso, autonomie locali), i segnali di una svolta autoritaria sono numerosi e inquietanti. Appena insediatosi nel gennaio 2025, Trump ha lanciato una vera e propria “guerra alla democrazia americana” secondo vari analisti. Nelle prime settimane ha emanato una raffica di ordini esecutivi mirati a concentrare il potere nelle sue mani e indebolire i meccanismi di controllo elettorale: tali direttive hanno “ostacolato l’accesso al voto, compromesso elezioni libere e create sfiducia nel sistema elettorale” secondo il think tank Brookings. Trump ha mostrato totale disprezzo delle procedure costituzionali, agendo per decreto là dove normalmente sarebbe necessario il parlamento. Per esempio, ha dichiarato di voler abolire il 14° Emendamento (che garantisce la cittadinanza per nascita sul suolo americano) semplicemente tramite ordine esecutivo, quindi senza seguire il lungo iter di emendamento costituzionale formale. In effetti, ha emanato un ordine che nega la cittadinanza automatica ai bambini nati negli USA da madre non avente status regolare permanente, nel palese tentativo di cancellare lo ius soli garantito dalla Costituzione. Questo provvedimento – di dubbia legittimità costituzionale – è un punto di svolta: per la prima volta negli USA la cittadinanza dipenderebbe da criteri etnico-legali, riecheggiando inquietantemente la definizione nazista del 1935 secondo cui era cittadino del Reich solo chi avesse “sangue tedesco” puro.

Parallelamente, Trump ha avviato un’epurazione sistematica dell’amministrazione pubblica e degli organi di controllo. Ha licenziato o spinto alle dimissioni migliaia di funzionari e dirigenti federali considerati “sospetti” o semplicemente non abbastanza leali verso la sua persona. In ciò si è avvalso anche di figure esterne: clamorosamente, ha incaricato l’imprenditore Elon Musk (non eletto né parte del governo formale) di condurre una “ricognizione” sull’apparato federale per eliminare elementi sgraditi. Musk ha guidato quella che è stata chiamata Department of Government Efficiency (Dipartimento per l’Efficienza Governativa), un’unità speciale creata da Trump con un ordine esecutivo a inizio 2025. Questo organo informale – ribattezzato scherzosamente “DOGE” – è stato inviato nei vari ministeri con mandato di “razionalizzare” l’amministrazione, ma in realtà con il compito di silurare funzionari e smantellare programmi non allineati con l’agenda presidenziale. Musk (che agiva da plenipotenziario di Trump) ha persino preteso report settimanali da tutti i dipendenti su ciò che avevano fatto, minacciando il licenziamento per chi non mostrasse risultati graditi. Diversi segretari di dipartimento (Difesa, FBI, ecc.) hanno invitato il personale a non obbedire a Musk in assenza di basi legali, ma altri dirigenti hanno ceduto. Questa confusione di ruoli tra potere statale e potere personalistico parallelo ricorda il fenomeno della “policrazia” nel Terzo Reich, dove alla struttura ufficiale dello Stato si affiancavano gli organi del Partito nazista, spesso con competenze sovrapposte e in concorrenza. Il risultato, come descrisse lo storico tedesco Ernst Fraenkel, era un duplice sistema: da un lato lo Stato di diritto normale, dall’altro la sfera eccezionale del Führer e del partito, con quest’ultimo che progressivamente invadeva tutte le aree della vita pubblica.

Il “governo parallelo”

Trump sta dunque creando un “governo parallelo” di fedelissimi slegati da controlli, che agisce per conto suo – proprio come Hitler creò strutture extra-legali (le SS, la Gestapo, ecc.) per imporre la sua volontà bypassando le procedure ordinarie. Si assiste a una “coordinazione” autoritaria delle istituzioni: un termine evocativo, Gleichschaltung (sincronizzazione), fu usato dai nazisti per indicare l’allineamento forzato di ogni aspetto della società alla volontà del Partito. Ebbene, Trump ha di fatto imposto un principio simile con un ordine esecutivo di febbraio 2025 intitolato “Garantire l’Accountability di tutte le Agenzie”. In quel decreto ha stabilito che tutte le agenzie federali – incluse quelle indipendenti per legge – sono subordinate al Presidente; ogni loro decisione deve essere coordinata con la Casa Bianca. Ha addirittura disposto che solo il Presidente (o su delega il Procuratore Generale) può dare interpretazioni “autentiche” delle leggi per l’esecutivo, e tali interpretazioni sono vincolanti per ogni funzionario. In pratica, un dipendente pubblico non può applicare una norma contro il volere del Presidente, poiché la volontà presidenziale sovrasta la legge stessa. Questo incarna appieno la dottrina del “unitary executive” (esecutivo unitario) che gli ideologi trumpiani propugnano: l’idea che tutti i poteri esecutivi risiedano nel presidente, il quale può quindi piegare a sé anche agenzie teoricamente autonome (come autorità di vigilanza, banca centrale, magistratura inquirente ecc.). Il parallelo con il principio del Führerprinzip hitleriano è evidente: Hitler considerava la sua volontà fonte ultima del diritto – “la volontà del Führer è legge”. I giuristi nazisti sostenevano che nessuna norma scritta potesse limitare il capo, e che i funzionari dovessero intuire cosa il Führer avrebbe voluto in ogni situazione, agendo di conseguenza. Oggi, con quell’ordine esecutivo, Trump ha affermato che nessun funzionario USA può adottare interpretazioni di legge che contraddicano l’opinione del Presidente, pena la rimozione. Un autorevole professore di diritto ha commentato che per giustificazione e risultato questo provvedimento è “indistinguibile dalla dottrina nazista”.

Attacchi alla magistratura e alle forze armate

L’attacco trumpiano allo stato di diritto si è visto anche nel rapporto con la magistratura e le forze armate. Hitler nel 1934 epurò l’ala “radicale” del suo movimento (Notte dei lunghi coltelli) per ottenere l’appoggio dell’esercito, e una volta consolidato il potere fece nominare giudici compiacenti, istituendo tribunali speciali per i “nemici del popolo”. Mussolini fece altrettanto: creò il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (1926) e progressivamente asservì giudici e forze dell’ordine al regime, emarginando quelli indipendenti. Trump, fin dal primo mandato, ha spesso attaccato verbalmente giudici federali che ostacolavano i suoi decreti (es. quelli che bocciarono il travel ban iniziale) e ha persino minacciato azioni contro avvocati e studi legali che rappresentavano cause contro di lui. Nel suo secondo mandato, queste pressioni si sono intensificate: ha minacciato giudici (ad es. insultando quelli coinvolti nei suoi processi per frode e nelle indagini sul 6 gennaio) e attaccato pubblicamente intere corti d’appello considerate “troppo liberal”. Ha preteso lealtà personale anche dal mondo accademico (minacciando fondi alle università “ostili”). Sul fronte militare, Trump ha silurato o costretto al pensionamento diversi generali ai vertici: ha licenziato il Capo di Stato Maggiore (il generale Mark Milley, ancora prima dell’insediamento Biden gli aveva concesso immunità preventiva per proteggerlo da eventuali rappresaglie di Trump) e sostituito altri ufficiali di alto rango con comandanti ritenuti “leali”. Questo ricorda la purga dell’esercito tedesco del 1938, quando Hitler sostituì i capi militari scettici con altri più allineati e fece giurare agli ufficiali fedeltà non alla patria ma a lui personalmente. Analogamente, oggi l’intenzione di Trump è avere generali politicamente affidabili, disposti persino a usare le truppe contro oppositori interni se richiesto (una prospettiva che Trump ha suggerito esplicitamente parlando di impiegare la Guardia Nazionale contro i “nemici interni” negli USA).

Asservimento del potere legislativo e giudiziario

Anche il potere legislativo e quello giudiziario, negli USA, stanno subendo un processo di asservimento simile a quello avvenuto negli anni ‘30 in Europa. Il Partito Repubblicano, controllato da Trump, ha in gran parte rinunciato a qualsiasi autonomia: deputati e senatori GOP raramente osano contrastare il Presidente, per timore di ritorsioni politiche e di perdere il sostegno dei suoi fedelissimi MAGA. Di fatto, il Congresso a maggioranza trumpiana è diventato un mero ratificatore delle volontà presidenziali – un ruolo non dissimile dal parlamento fascista italiano dopo il 1925 o dal Reichstag tedesco post-1933 (che votava all’unanimità le leggi proposte da Hitler, divenendo poco più che una coreografia). Per quanto riguarda la giustizia, Trump aveva già avuto modo di nominare giudici federali e tre membri della Corte Suprema durante il suo primo mandato, assicurandosi una Corte orientata a destra. Ora, secondo alcuni reportage, la Corte Suprema a maggioranza trumpiana ha emesso sentenze che de facto pongono il presidente al di sopra della legge – ad esempio dichiarando che un presidente in carica non può essere perseguito per reati penali. Se ciò fosse confermato, significherebbe la creazione di un “monarca repubblicano” irresponsabile di fronte alla legge, una condizione tipica dei regimi autoritari (Hitler e Mussolini ovviamente non erano soggetti al giudizio di alcuna Corte indipendente nel loro sistema). Inoltre, il Dipartimento di Giustizia sotto Trump è stato epurato: via i procuratori indipendenti, dentro persone vicine al Presidente. Il nuovo DOJ ha immediatamente archiviato le indagini e i procedimenti pendenti riguardanti Trump, la sua famiglia e i suoi alleati. Questo include i casi derivanti dagli scandali degli anni precedenti: dalle inchieste sulle interferenze elettorali del 2020 ai procedimenti per frode fiscale o documenti riservati. Tutto insabbiato, come in ogni regime che si rispetti – dove “al capo tutto è permesso”.

È impressionante notare come tali mosse trovino riscontro nelle prime misure con cui le dittature storiche consolidarono il potere: i nazisti, appena entrati nei ministeri nel 1933, fecero pulizia dei funzionari “inaffidabili” (soprattutto ebrei e oppositori) con la Legge per la Restaurazione del Servizio Civile; oggi Trump silura i burocrati “liberal” o semplicemente neutrali, per rimpiazzarli con fedelissimi. I nazisti centralizzarono ogni decisione importante nelle mani di Hitler e del suo cerchio magico, riducendo ministri e organi a semplici esecutori; Trump accentra tutte le leve nell’Ufficio Ovale, chiamando “so-called independent agencies” (così nel suo EO) quelle che dovrebbero essere autonome, e subordinandole a sé. Mussolini già nel 1926 abolì l’indipendenza della magistratura e istituì il confino di polizia per gli oppositori politici: similmente Trump suggerisce (o minaccia) di ignorare eventuali sentenze a lui contrarie, e prospetta misure di sorveglianza speciale per chi viene etichettato come “radical left” o “anarchico”. Questa normalizzazione dell’abuso di potere avanza spesso in modo graduale: Mussolini parlava di “spannocchiare il pollo una piuma alla volta” (cioè togliere le libertà poco a poco) affinché la gente non se ne accorga. Allo stesso modo, Trump erode passo passo i controlli democratici: un giudice rimosso qui, un giornalista intimidito là, un cambiamento regolamentare tecnico altrove, e nel frattempo il cittadino comune fatica a percepire la portata complessiva del cambiamento. Come ha osservato uno storico, Trump sta insomma “spennando la gallina” della democrazia americana penna dopo penna, in modo subdolo.

Infine, Trump non nasconde mire ultra-presidenziali. Già in passato aveva scherzato sul rimanere in carica a vita come certi dittatori; ora, di fronte al limite costituzionale dei due mandati, ha suggerito di voler un terzo mandato e si è autodefinito ironicamente “the king” (il re). Queste affermazioni, sebbene spesso presentate con toni canzonatori, preparano psicologicamente il terreno all’idea che la regola della rotazione democratica possa essere infranta. Hitler e Mussolini ovviamente non avevano bisogno di rielezione – erano a vita per definizione. Trump, qualora consolidasse abbastanza potere, potrebbe cercare vie per permanere oltre il 2028, ad esempio facendo pressione per abolire o aggirare il XXII Emendamento (che fissa il limite dei due mandati). I suoi seguaci più devoti sicuramente appoggerebbero l’idea: già in passato alcuni Repubblicani in Congresso hanno proposto per provocazione di abolire quel vincolo se necessario per Trump.


Leggi razziali allora e oggi: discriminazione istituzionalizzata

Un parallelo centrale – e agghiacciante – riguarda la persecuzione legale delle minoranze tramite provvedimenti razzisti. Le leggi razziali furono il marchio di fabbrica dei regimi fascista e nazista: in Germania le Leggi di Norimberga del 1935 sancirono la separazione degli ebrei dal corpo civico (niente cittadinanza, divieto di matrimoni misti, ecc.), preludio alle violenze ben peggiori che seguirono; in Italia le leggi razziali del 1938 esclusero gli ebrei da scuole, impieghi pubblici, matrimoni con “ariani” e vita militare, instaurando un apartheid antisemita anche nel nostro paese. Queste normative codificavano l’ideologia razzista di Stato, trattando una categoria di persone non come cittadini ma come paria privi di diritti.

Oggi negli Stati Uniti non esistono leggi dichiaratamente basate sulla razza nel testo (anche perché la Costituzione lo vieterebbe espressamente dopo le lotte per i diritti civili). Tuttavia, l’amministrazione Trump ha introdotto politiche che, nella sostanza e negli effetti, sono fortemente discriminatorie su base etnica o religiosa – al punto che diversi commentatori le paragonano a quelle degli anni ‘30. Un caso emblematico del primo mandato fu il cosiddetto “Muslim Ban” del 2017: un ordine esecutivo con cui Trump vietò l’ingresso negli USA ai cittadini di vari paesi musulmani, ufficialmente per motivi di sicurezza. Questa misura, rivista poi dalla Corte Suprema e parzialmente modificata, venne percepita come un attacco a un intero gruppo religioso, equiparabile (nella retorica) a considerare tutti i musulmani come potenziali terroristi. Anche sul fronte dell’immigrazione dal confine sud, Trump adottò provvedimenti di durezza inedita: migliaia di bambini furono separati dalle famiglie e detenuti in centri di custodia, nel tentativo deliberato di scoraggiare le richieste d’asilo – una politica condannata dalle Nazioni Unite per la sua crudeltà e comparata da alcuni all’operato di regimi disumani del passato. Già in un articolo del 2019, per esempio, un giornale di Milwaukee paragonò la condizione di famiglie ispaniche nascoste per sfuggire all’ICE (la polizia migratoria) a quella di Anna Frank, reimmaginando il suo diario in chiave di una bambina latina in fuga dai raid federali. Questa analogia, che poteva sembrare ardita, è divenuta ancora più calzante durante il nuovo mandato Trump, in cui certe misure hanno assunto forza di legge.

La svolta del 2025: registrazione obbligatoria degli immigrati

La svolta più significativa è avvenuta nel 2025: l’amministrazione Trump ha implementato una registrazione obbligatoria di tutti gli immigrati irregolari presenti sul territorio statunitense. Dal 11 aprile 2025, chiunque sia sprovvisto di documenti deve registrarsi presso il governo federale, fornendo i propri dati, con la minaccia di sanzioni penali (multe salate e carcere) e deportazione per chi non ottempera. Di contro, anche chi si registra volontariamente non ottiene alcuna regolarizzazione – anzi rimane passibile in ogni momento di detenzione e rimpatrio forzato, poiché il fatto stesso di essere irregolare viene trattato come reato. Il governo ha addirittura avviato una procedura per cancellare dagli archivi circa 6.000 immigrati irregolari, dichiarandoli “deceduti” agli effetti anagrafici e previdenziali, così da invalidarne i numeri di Social Security e impedirgli di lavorare, aprire conti bancari o accedere a servizi di base. In pratica li rende invisibili sulla carta, privandoli di ogni mezzo di sostentamento lecito, con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare spontaneamente il paese – una strategia di “auto-deportazione” attraverso la privazione dei diritti civili fondamentali.

Paralleli nazisti

È impossibile non notare le analogie con i provvedimenti anti-ebraici del Reich negli anni ‘30. Nel 1938, la Germania nazista emanò decreti che obbligavano tutti gli ebrei a registrare i propri beni presso lo Stato; i passaporti ebraici vennero contrassegnati con una “J” rossa, e alle persone di origine ebraica prive di nomi “riconoscibilmente ebrei” fu imposto di aggiungere “Israel” o “Sara” al proprio nome. Nel 1939 gli ebrei dovettero portare con sé speciali carte d’identità in ogni momento. Queste misure burocratiche – presentate inizialmente come semplici regolamenti amministrativi – posero le basi per escludere gli ebrei dalla vita economica, espropriarli e infine perseguitarli apertamente. Oggi, il registro degli immigrati di Trump funziona in modo molto simile: ogni immigrato irregolare deve avere sempre con sé documenti che attestino la registrazione, pena l’arresto. Di fatto è indistinguibile nello spirito dall’obbligo nazista per gli ebrei di esibire un documento speciale – identifica un gruppo bersaglio specifico e lo sottopone a un regime legale separato e vessatorio. Chi non si registra è per definizione un criminale passibile di carcere; chi si registra finisce in una banca dati che facilita la sua futura cattura e detenzione (spesso in centri privati, dato che l’infrastruttura per la detenzione di massa è stata ampliata con contratti federali). In sostanza, essere un immigrato senza documenti è diventato un reato in sé – un cambiamento rispetto al passato, in cui la legge federale considerava l’ingresso irregolare un illecito civile amministrativo, non penale. Questa criminalizzazione ricorda ciò che avvenne con le Leggi di Norimberga del 1935: in Germania essere ebreo di per sé ti faceva perdere la cittadinanza e molte tutele legali, trasformandoti in “straniero” in patria e preparando il terreno a sanzioni solo per il fatto di esistere. Un editorialista ha osservato che allo stesso modo “il regime Trump ha reso illegale la mera presenza” dei clandestini negli USA, ricalcando la trasformazione legale subita dagli ebrei sotto il nazismo.

Inoltre, l’espediente di cancellare i numeri di previdenza sociale agli immigrati mirati è praticamente equivalente alla strategia nazista di escludere gli ebrei dall’economia: i nazisti nel ‘38 obbligarono gli ebrei a dichiarare i loro patrimoni per poi congelarli e sequestrarli. Oggi negli USA togliere il Social Security Number a una persona significa tagliarla fuori dal lavoro, dalla banca, dalla casa, da qualsiasi aspetto della vita pubblica (non puoi affittare un appartamento, né guidare, né percepire salari ufficiali). È una misura fatta per isolarle e disumanizzarle, spingendole alla disperazione e quindi alla fuga volontaria. Tutto questo mentre la propaganda ufficiale insiste che “stiamo solo applicando la legge”: un’argomentazione sinistra, dato che anche il regime nazista giustificava i suoi editti antiebraici come perfettamente legali secondo l’ordinamento vigente – ma legalità non significa giustizia, ammoniscono gli attivisti odierni. Infatti, la mirata ostilità burocratica verso un intero gruppo etnico (i latinos immigrati) è palese: il registro di Trump prende di mira esclusivamente quella popolazione (così come i provvedimenti nazisti erano tarati sugli ebrei), con l’intento di limitarne i movimenti, troncarne i mezzi di sostentamento e forzarne l’allontanamento. Questo è esattamente ciò che fanno le leggi razziali: creano categorie di persone inferiori per legge, soggette a trattamenti speciali e privazioni dei diritti.

Altre leggi e atti “razzisti” contemporanei

Oltre al caso del registro, vi sono altri esempi di leggi e atti “razzisti” contemporanei. Trump aveva già tentato di inserire una domanda sulla cittadinanza nel censimento 2020, mossa vista come un tentativo di intimidire le comunità ispaniche e ridurne la rappresentanza. Ha abbassato drasticamente le quote di rifugiati accolti nel paese (riducendole ai minimi storici), con motivazioni spesso islamofobe (riguardo ai rifugiati siriani o afghani) e xenofobe in generale. Durante la campagna 2024 ha prospettato di ripristinare e inasprire il Muslim Ban, di varare un test ideologico per gli immigrati (ammettendo solo chi “condivide i valori americani tradizionali”) e persino di dichiarare “invasione” l’arrivo di migranti dal Messico così da impiegare l’esercito alla frontiera. Tali idee rispecchiano la mentalità da assedio dei fascismi storici, che dipingevano minoranze interne e stranieri come nemici da combattere.

Non solo: come Hitler e Mussolini perseguitarono anche altri gruppi (rom, omosessuali, disabili, oppositori politici, ecc.), così nell’ecosistema trumpiano assistiamo a attacchi verso varie minoranze e gruppi vulnerabili:

  • La comunità LGBTQ+ — i tentativi di vietare alle persone transgender di servire nelle Forze Armate, o le leggi dei governatori alleati di Trump contro i diritti delle persone trans e contro il riconoscimento delle famiglie gay
  • Le minoranze religiose non cristiane — la retorica anti-musulmana e l’equivalenza retorica islam = terrorismo
  • Gli stessi afroamericani — colpiti indirettamente da politiche come le restrizioni al voto approvate in molti Stati repubblicani, che limitano gli strumenti di voto anticipato e per corrispondenza tipicamente usati più dalle minoranze

Anche se formalmente giustificate con motivi di “sicurezza” o “anticorruzione elettorale”, tali restrizioni sul voto hanno un impatto sproporzionato sugli elettori neri e latini, richiamando alla memoria i poll taxes e le leggi di Jim Crow che nel Sud segregazionista miravano a tenere lontani dalle urne i non bianchi.

In sintesi, così come le leggi razziali di ieri creavano una gerarchia di cittadini e non-cittadini in base all’etnia, oggi vediamo delinearsi una serie di normative e prassi che fanno qualcosa di simile: privare certi gruppi (migranti, minoranze) di diritti fondamentali e legittimare il loro trattamento disumano. La filosofia di governo che traspare è comune: definire un “nemico interno” subumano e colpirlo con lo strumento legislativo. Ciò rappresenta un tradimento dei principi democratici di uguaglianza davanti alla legge, proprio come avvenne negli anni ‘30. Vale la pena ribadire, con le parole di uno storico, che i paragoni col nazismo non sono più mere iperboli: “la strategia [di Trump] riecheggia precedenti agghiaccianti della Germania pre-Olocausto”, tanto che ormai non è più teoria ma Storia.


Propaganda, culto del leader e manipolazione delle masse

Un altro campo di parallelo è quello culturale e comunicativo. I regimi fascista e nazista furono abilissimi nel plasmare il consenso attraverso propaganda, simboli, miti e il culto della personalità. Anche il movimento di Trump presenta dinamiche analoghe, adattate al contesto odierno.

Il culto del leader

Hitler veniva chiamato Führer (Guida) e ritratto quasi come un messia salvatore della patria; Mussolini era il Duce (il Duca, il Capo) idolatrato dalle folle. In entrambi i casi, si costruì attorno alla figura del capo un’aura carismatica infallibile, che richiedeva fedeltà assoluta. Chi sosteneva Hitler o Mussolini spesso sviluppava una vera devozione personale. Nel caso di Trump, molti studiosi parlano ormai apertamente di “culto della personalità” attorno a lui. I suoi sostenitori più accaniti (la base MAGA) espongono il suo nome su cappelli, bandiere e striscioni come fosse un marchio sacro; credono alle sue parole a prescindere da verifiche esterne; giustificano o negano ogni sua colpa. Questo culto si nutre di una narrativa dove Trump è l‘“unico che dice la verità”, l‘“unico che può aggiustare le cose” (famoso il suo proclama “I alone can fix it” – “solo io posso risolvere”, durante la Convention Repubblicana del 2016). Anche il rivolgersi a sé stesso in terza persona e l’uso costante del proprio brand ricorda Mussolini (che amava essere chiamato Il Duce e parlava di sé come tale). Non a caso, Trump ha talvolta citato direttamente Mussolini: nel 2016 ritwittò una frase attribuita al dittatore italiano (“meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”), e quando gli fecero notare la fonte, lui rispose “che importanza ha? È una citazione interessante”. Questo aneddoto, al di là della curiosità, evidenzia come Trump sia consapevole e perfino compiaciuto dei paralleli con i forti uomini del passato – finché lo dipingono come leader forte, poco importa se accostato a un dittatore.

Tecniche di propaganda e linguaggio

Hitler e Mussolini capivano bene il potere delle parole e delle immagini. Usavano discorsi infiammati, pieni di slogan semplici e ripetuti allo sfinimento, con un linguaggio volutamente violento verso i nemici. Ad esempio, definivano gli avversari “parassiti”, “insetti”, “infezioni” da estirpare. Hitler in particolare spesso assimilava gli ebrei a “vermin” (parassiti, “scheusale” in tedesco) e parlava di “purificare la Germania” da questi elementi corrotti. Allo stesso modo, Trump negli ultimi anni ha adottato termini disumanizzanti verso chi si oppone a lui o verso interi gruppi etnici. In comizi e interviste del 2023-2024 ha chiamato alcuni oppositori “radical left thugs” (teppisti della sinistra radicale) che “vivono come vermi” nei bassifondi. Ha affermato che gli immigrati “stanno avvelenando il sangue del nostro paese” e che “distruggono il sangue americano”, insinuando concetti di purezza del sangue chiaramente mutuati dal vocabolario razzista. Li ha dipinti come portatori di “cattivi geni” e li ha definiti “non umani, ma animali”, “assassini a sangue freddo”. Perfino esponenti politici avversari (che sono cittadini americani) sono stati bollati da Trump come “nemici interni… gente malata, pazzi della sinistra radicale”, aggiungendo che “vanno trattati con la forza, se necessario usando la Guardia Nazionale o persino l’esercito”. Questo è un linguaggio che non si era mai sentito prima da un presidente americano – assomiglia direttamente a quello di Hitler, Stalin o Mussolini. Come nota la storica Anne Applebaum, termini come “vermine” nel dibattito politico americano erano fuori dall’ordinario finora: nemmeno i politici più razzisti del passato recente usavano metafore biologiche così estreme. Trump ha dunque sdoganato un vocabolario ultra-autoritario che serve a de-umanizzare gli avversari e i gruppi indesiderati. E la storia insegna a cosa serve tale linguaggio: se convinci la popolazione che certi individui non sono esseri umani ma parassiti, ratti, malattie, sarà molto più facile che accettino misure repressive estreme contro di loro (arresti di massa, privazione di diritti, violenza fisica). Hitler e altri dittatori lo fecero consapevolmente; Trump sta seguendo quello stesso copione retorico, inserendo nel mainstream americano concetti prima relegati ai margini.

Slogan e messinscene

Altra caratteristica è l’uso di slogan e messinscene. “Ein Volk, ein Reich, ein Führer” (un Popolo, un Impero, un Duce) gridavano i tedeschi; “Credere, Obbedire, Combattere” diceva un motto fascista in Italia. Trump ha i suoi slogan semplici e ossessivi: “Make America Great Again”, poi solo “MAGA”, oppure “America First”. Quest’ultimo in particolare ha un’eco storica sinistra: America First era lo slogan isolazionista di Charles Lindbergh e altri negli anni ‘30, alcuni dei quali nutrivano simpatie per Hitler. Non che Trump voglia rievocarne consapevolmente l’ideologia, ma il richiamo c’è ed è stato spesso sottolineato. I grandi raduni di Trump – con la folla in rosso MAGA che acclama, gli slogan urlati in coro (“Lock her up!” contro Hillary Clinton, “Build the wall!” e così via) – sono stati paragonati ai raduni di massa di Norimberga organizzati da Goebbels per Hitler, o alle adunate oceaniche in Piazza Venezia per Mussolini. In effetti, lo stile di comizio di Trump è molto più vicino a quello teatrale e ad effetto di Mussolini: Trump si muove sul palco in modo istrionico, fa facce buffe, lancia battute e insulti che fanno ridere o esultare i suoi, improvvisa oltre il testo preparato (spesso gettando via i fogli sul palco per mostrare che parla “col cuore”). Mussolini era famoso per le pose plateali – petto in fuori, mani sui fianchi, mascella prognata – e per saper scaldare la folla con frasi ad effetto e gestualità marcata. Trump, pur con stile americano, condivide quel genere di presenza scenica: lo si è visto fin dalla Convention del 2016, quando entrò in scena camminando attraverso un effetto fumogeno e luci drammatiche, emergendo dall’ombra come un salvatore. Questi elementi di teatralità politica sono cruciali nel carisma costruito di tali leader. Uno studioso (Henk de Berg) che ha comparato Hitler e Trump li definisce entrambi “artisti della performance politica”, più che politici tradizionali: abili nel catalizzare l’attenzione con estremismi, insulti e provocazioni, più che nel dettagliare programmi concreti. In effetti sia Hitler sia Trump solevano fare promesse vaghe di grandezza (es. “Make Germany/America Great Again”), ma senza entrare troppo nei dettagli – puntavano invece su battute, offese al nemico e linguaggio estremo per calamitare i media e dominare la conversazione pubblica. Hitler in Mein Kampf ammise esplicitamente di usare affermazioni esagerate per provocare reazioni e costringere i giornali a parlar di lui. Trump applica istintivamente la stessa tattica: dice cose oltraggiose (falsità o volgarità) che inevitabilmente ottengono copertura mediatica. Questo crea un dilemma agli avversari e ai media: ignorarlo (lasciandogli campo libero) o replicare (dandogli ulteriore visibilità)? È un gioco che i populisti radicali conoscono bene.

Comunicazione moderna

Inoltre, entrambi i movimenti hanno sfruttato sapientemente i mezzi di comunicazione più moderni dell’epoca. Hitler fu uno dei primi politici a trarre pieno vantaggio dalla radio e dal cinema: i suoi discorsi venivano trasmessi nelle case tedesche, e filmati di propaganda (come quelli di Leni Riefenstahl) esaltavano il culto del Führer. Mussolini fece largo uso di cinegiornali e manifesti. Trump, da parte sua, è un figlio della televisione e di Twitter: prima di entrare in politica era una star dei reality show (The Apprentice), e da presidente ha comunicato direttamente col popolo twittando furiosamente ogni giorno, bypassando la stampa tradizionale. I suoi tweet erano equivalenti ai proclami via radio di Hitler – messaggi semplici, diretti, emotivi. Come ha osservato la storica Ruth Ben-Ghiat, “la pellicola fu per Mussolini ciò che Twitter è per Trump”: entrambi danno l’impressione di parlare direttamente al popolo senza filtri. Questo contatto immediato alimenta l’illusione di autenticità e vicinanza (“un leader che dice le cose come stanno, uno di noi”). Non importa se in realtà il messaggio è costruito ad arte: l’importante è il rapporto simbiotico con la folla. Trump, come i demagoghi del passato, “ha bisogno della folla per consolidare la propria personalità”: tanto che nei momenti senza pubblico (es. dibattiti in studio, conferenze stampa formali) appare più nervoso – celebre il suo continuo annusare durante i dibattiti del 2016, interpretato da Ben-Ghiat come segno di disagio perché privo del conforto delle acclamazioni di massa.

L’uso della menzogna e della propaganda totalizzante

Un ulteriore parallelismo è l’uso spregiudicato della menzogna e della propaganda totalizzante. Hitler fu un bugiardo seriale nell’arena politica (dalle promesse di pace prima della guerra, alle calunnie sugli ebrei), e Goebbels teorizzò che “ripetendo una bugia abbastanza a lungo, questa diventa realtà”. Trump ha mostrato un’analoga disinvoltura con la verità: in quattro anni da presidente ha pronunciato oltre 30.000 affermazioni false o fuorvianti secondo il conteggio fact-checking del Washington Post. Dalla folla del suo insediamento (“la più grande di sempre” – falso) alle teorie complottiste su Obama e i vaccini, fino al già citato Big Lie elettorale, la post-verità è diventata la norma. Anche in questo caso, lo scopo è confondere il pubblico al punto da fargli dubitare di tutto tranne che della parola del leader. Hitler considerava la realtà qualcosa da modellare attraverso la propaganda; similmente Trump e il suo ecosistema mediatico (Fox News, media di destra, social) costruiscono una realtà alternativa per i propri seguaci, in cui Trump è sempre vittima di trame, i suoi avversari sono criminali demoniaci, e qualsiasi notizia negativa su di lui è “fake news”. Questo è un tratto tipico dei regimi autoritari: creare un clima di paranoia e guerra perenne contro nemici esterni ed interni, così da giustificare misure d’eccezione e tenere unito il seguito.

Censura e controllo dei media

Infine, la censura e il controllo dei media: i fascismi storici imbavagliarono la stampa libera quasi subito (in Italia i giornali di opposizione furono chiusi nel 1925, in Germania l’asfissia fu graduale ma nel giro di un anno dalla salita di Hitler non esisteva più stampa indipendente). Negli USA esiste il Primo Emendamento che tutela la libertà di stampa; Trump non ha potuto “chiudere” testate, ma ha ripetutamente definito i media non allineati come “nemici del popolo”, attaccandone la credibilità. Questa frase – “Enemy of the People” – è presa pari pari dal lessico staliniano (Stalin chiamava così i dissidenti). L’effetto di tali attacchi è stato corrosivo: molti americani ora credono che giornali prestigiosi come il New York Times o network come CNN mentano sistematicamente. Durante la seconda presidenza, la pressione sui media è aumentata: editori come Jeff Bezos (Washington Post) e Patrick Soon-Shiong (Los Angeles Times), temendo ritorsioni, hanno evitato di prendere posizione netta alle elezioni 2024, arrivando persino a non endorsare ufficialmente l’avversaria di Trump (Kamala Harris). Meta/Facebook, che aveva sospeso Trump dopo l’insurrezione del 2021, ha accettato di pagare un accordo di $25 milioni per evitarne le cause legali e riattivarne l’account. Questo mostra come anche senza censura formale, un leader abbastanza vendicativo e potente possa intimidire la libera informazione. Se consideriamo poi che Trump ha spesso ventilato l’idea di varare leggi più severe sulla diffamazione per punire i media “disonesti”, si capisce che una volta consolidato il potere potrebbe benissimo trovare modi per limitare la stampa. Mussolini stesso arrivò al controllo totale non immediatamente ma con un crescendo di pressioni e misure legislative: Trump potrebbe seguire una traiettoria simile, specie se dovesse verificarsi qualche “incidente” che funga da giustificazione (ad es. disordini civili gravi, attentati interni, ecc., che lui potrebbe sfruttare per dichiarare stati d’emergenza e mettere bavagli). Anche qui, la storia insegna: Hitler usò l’incendio del Reichstag (attribuito ai comunisti) per sospendere le libertà e arrestare in massa gli oppositori. Non è da escludere che un evento di caos interno (spontaneo o provocato) nel 2026-27 potrebbe essere sfruttato in modo analogo dall’amministrazione Trump per reprimere gli avversari in nome della sicurezza nazionale.


Confronto cronologico: il 2026 come il 1933?

Dopo aver esaminato i paralleli in vari ambiti, torniamo alla domanda: se la storia si ripete, oggi gennaio 2026 corrisponde a quale anno delle vicende storiche del ‘900? Una risposta plausibile è che siamo in una fase equivalente alla prima metà degli anni ‘30, quando la svolta dittatoriale era in atto ma non ancora giunta alle estreme conseguenze. Di seguito una timeline comparativa che accosta date chiave dell’ascesa nazifascista con eventi recenti negli USA di Trump:

1923 (Germania) — Putsch di Monaco

Fallito tentativo di colpo di stato di Hitler, che porta al suo arresto e momentaneo declino.

2021 (USA) — Assalto a Capitol Hill: Fallito tentativo insurrezionale dei sostenitori di Trump che occupano il Congresso il 6 gennaio, tentando di ribaltare l’esito elettorale. (Come Hitler dopo il 1923, Trump viene inizialmente isolato, ma continua a fomentare la sua causa).


1925 (Italia) — Dittatura fascista istituzionalizzata

Mussolini, a seguito della crisi Matteotti (1924), pronuncia il discorso del 3 gennaio 1925 assumendosi la responsabilità del fascismo e di fatto inaugura il regime autoritario; nell’anno successivo vara leggi che eliminano le libertà civili.

2025 (USA) — Svolta autoritaria trumpiana: Dopo il reinsediamento a gennaio, Trump adotta subito decreti e provvedimenti che aggirano la Costituzione e neutralizzano i contrappesi democratici. Il governo inizia a governare per atti unilaterali, instaurando un regime de facto di “democrazia illiberale”. (Parallelo: la democrazia non è ancora abolita sulla carta, ma nel concreto è pesantemente erosa).


Febbraio-Marzo 1933 (Germania) — Incendio del Reichstag e Legge sui Pieni Poteri

Un incendio doloso al Parlamento (27 febbraio) è sfruttato da Hitler per dichiarare lo stato d’emergenza. Il 23 marzo il Reichstag approva l’Ermächtigungsgesetz che trasferisce al governo il potere legislativo, segnando la fine della Repubblica di Weimar. Cominciano arresti di massa di oppositori e chiusura di giornali.

2025-2026 (USA) — Accentramento del potere: L’amministrazione Trump dipinge oppositori politici e alcune minoranze come “nemici interni”, evocando teorie di complotti (es. frodi elettorali, “invasioni” di migranti) per giustificare misure eccezionali. Tramite ordini esecutivi, Trump accentra su di sé poteri normalmente limitati: sottomette le agenzie indipendenti al controllo presidenziale, aggira il Congresso ove possibile, e beneficia della complicità di un parlamento a maggioranza fedele. La separazione dei poteri viene di fatto sospesa: sia il legislativo sia (in parte) il giudiziario si piegano alla volontà del leader. (Parallelo: analogamente al 1933, i contrappesi democratici vengono neutralizzati, sebbene non attraverso un singolo atto drammatico come la Legge dei Pieni Poteri, ma tramite molte mosse amministrative coordinate).


Giugno-Luglio 1934 (Germania) — “Notte dei lunghi coltelli”

Hitler elimina con la violenza le ultime sacche di resistenza interne (fazione delle SA non più gradita, oppositori rimasti). Ad agosto 1934, alla morte del Presidente Hindenburg, Hitler assume anche la carica di Capo dello Stato, diventando Führer unico.

2025-2026 (USA) — Epurazioni e fedeltà assoluta: Trump silura o fa dimettere funzionari di alto livello (generali, capi di agenzie, membri “infidi” nel suo partito), rimpiazzandoli solo con ultralealisti. Ogni voce critica nel campo repubblicano viene estromessa (es. parlamentari GOP che avevano votato per l’impeachment nel 2021 sono isolati o costretti al ritiro). Trump e i suoi alleati lanciano indagini e attacchi mirati contro figure scomode rimaste nell’apparato statale, creando un clima di timore. (Parallelo: non c’è stato un bagno di sangue come nel 1934, ma un’epurazione politica/amministrativa sì, e la lealtà personale a Trump diventa criterio unico di avanzamento – rispecchiando l’obiettivo di Hitler di circondarsi solo di fedeli).


Settembre 1935 (Germania) — Leggi di Norimberga

La Germania nazista vara le leggi razziali che privano gli ebrei della cittadinanza tedesca e vietano matrimoni misti. Inizia la fase legislativa della persecuzione antisemita, che trasforma gli ebrei in cittadini di seconda classe (o non-cittadini).

2025 (USA) — Decreti anti-immigrati: Trump emette l’ordine esecutivo per negare la cittadinanza ius soli ai figli di immigrati irregolari nati in America, in diretto contrasto col 14° Emendamento. Viene introdotta la registrazione obbligatoria per tutti i migranti senza documenti, con criminalizzazione della mancata adesione. Si verificano deportazioni accelerate e di massa di richiedenti asilo, grazie a nuove regolamentazioni che negano quasi ogni tutela procedurale. (Parallelo: come nel 1935 in Germania, nel 2025 negli USA si istituzionalizzano forme di discriminazione legale basate sulla nascita e sullo status etnico/razziale, creando un sistema di apartheid civico verso un gruppo specifico).


Novembre 1938 (Germania) — Kristallnacht

Pogrom e attacchi coordinati contro la popolazione ebraica (sinagoghe bruciate, negozi distrutti, arresti di 30.000 ebrei), segnando il passaggio alla fase apertamente violenta e pre-genocidaria della persecuzione.

2026 (USA) — Clima di violenza e odio: La retorica ufficiale raggiunge toni estremi di disumanizzazione (Trump definisce “vermi”, “animali” e “feccia” i gruppi indesiderati). Questo linguaggio alimenta un aumento di crimini d’odio e aggressioni da parte di suprematisti contro minoranze (già durante il primo mandato di Trump, i dati FBI registrarono un picco di hate crimes, trend che continua). Nel contempo, il governo espande la detenzione su larga scala di immigrati in campi e prigioni private. Attivisti per i diritti civili denunciano abusi sistematici nei centri di detenzione (sovraffollamento, violenze, separazioni familiari permanenti). Si sperimentano tecniche di profilazione etnica e rastrellamenti di interi quartieri con alta presenza di immigrati irregolari, ricordando operazioni di polizia etnicamente mirate. (Parallelo: l’anno 1938 segnò un punto di non ritorno verso la barbarie in Germania; nel 2026, sebbene non si sia a quei livelli di violenza di Stato, si osserva un indurimento ulteriore della repressione e un crescendo di violenza tollerata contro i gruppi demonizzati. È come se ci si trovasse sull’orlo di una fase ancora più cupa).


1939-1940 (Europa) — Guerra e dittatura totale

La Germania nazista invade la Polonia (settembre ‘39) dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale; l’Italia fascista entra in guerra al fianco di Hitler nel 1940. La mobilitazione bellica completa la trasformazione di questi regimi in totalitarismi assoluti, con genocidio e catastrofe globale negli anni seguenti.

2027-2028? (USA) — Verso l’ignoto: È impossibile prevedere con certezza gli sviluppi futuri, ma se il parallelo storico regge, i prossimi anni potrebbero vedere un ulteriore irrigidimento del regime trumpiano. Potenzialmente, Trump potrebbe cercare un pretesto (un conflitto esterno o un’emergenza interna grave) per dichiarare uno stato di guerra o emergenza permanente, sospendendo de iure quanto resta delle garanzie costituzionali. Già si discute dell’eventualità che Trump ignori deliberatamente sentenze della Corte Suprema sfavorevoli: se ciò accadesse, l’ultimo baluardo istituzionale sarebbe infranto e resterebbe solo la reazione dell’opinione pubblica a poter fermare la deriva. L’analogia storica suggerisce che molto dipenderà da quanto la società civile americana sarà disposta a tollerare – i regimi nazifascisti, pur brutali, tastavano il polso della popolazione e talvolta facevano marcia indietro su misure impopolari (esempio: nel 1941 Hitler sospese il programma di eutanasia dei disabili a causa delle proteste pubbliche guidate dal vescovo von Galen). Resta dunque aperta la domanda: gli Stati Uniti del 2026 seguiranno fino in fondo il tragico copione dei totalitarismi del ‘900, oppure forze democratiche interne riusciranno a rompere questa “fatalità” storica prima che sia troppo tardi?


Conclusione

Tirando le somme, il panorama statunitense odierno presenta somiglianze impressionanti con le fasi di transizione che un secolo fa portarono dalla democrazia alla dittatura in Europa. Sotto molti aspetti, oggi (inizio 2026) assomiglia al 1933 in Germania o al 1925 in Italia: siamo in un momento in cui la democrazia esiste ancora nominalmente, ma è gravemente indebolita e vicina al collasso definitivo. Donald Trump, con il suo stile di leadership populista e autoritario, ricalca tratti sia di Mussolini (nella teatralità, nel culto personalistico, nell’uso della paura e della propaganda) sia di Hitler (nell’estremismo razzista, nel disprezzo delle norme, nell’ambizione illimitata di potere). Abbiamo visto come la sua retorica riecheggi quella dei dittatori (dai termini come “vermi” e “nemici del popolo”, all’uso della Big Lie per ingannare le masse), come le sue politiche anti-immigrazione e anti-minoranze ricordino da vicino le leggi razziali (registro per immigrati come le schedature naziste, restrizioni di cittadinanza come le norme ariane), e come la sua azione di governo miri a concentrare tutto il potere nelle sue mani eliminando i freni e contrappesi (sottomissione delle agenzie e della giustizia al “capo”, proprio come nel principio fascista del capo infallibile).

Naturalmente, ogni paragone storico va preso con cautela: la storia non si ripete mai in fotocopia. Gli Stati Uniti di oggi non sono identici alla Germania di Weimar né all’Italia liberale del primo ‘900. Vi sono differenze di contesto (economico, sociale, tecnologico) e finora non abbiamo visto un livello di violenza paragonabile alle purghe sanguinarie o ai pogrom europei – la democrazia americana, pur malconcia, ha anticorpi potenti nelle sue istituzioni federali, nella società civile, nel pluralismo dei poteri statali. Tuttavia, i “ritorni di fiamma” della storia sono evidenti. Uno storico ha commentato amaramente che gli americani, guardando agli anni ‘30, tendevano a dire “non potrebbe mai accadere qui”; e invece molti segnali indicano che sta accadendo, passo dopo passo. Già nel 2024 un sondaggio rivelava che quasi la metà degli elettori americani considerava Trump un fascista. I parallelismi elencati in questo saggio spiegano il perché di questa percezione.

Se oggi la democrazia americana è “a un passo dalla fine”, come suggerisce la nostra analogia con il 1933, la lezione che possiamo trarne è duplice. Da un lato, ci rammenta la fragilità della democrazia: anche una repubblica solida può essere erosa dall’interno se i cittadini e i leader non la difendono attivamente. Dall’altro, ci offre la conoscenza storica come strumento di resistenza: riconoscere per tempo i segnali (le “piume spennate” uno a uno dal pollo della libertà) può aiutare a reagire prima che l’ultimo penna sia tolta. Nel 1933 in Germania o nel 1925 in Italia, forse in pochi compresero appieno che la fine della democrazia era imminente – col senno di poi è chiaro, ma allora molti speravano fosse un fenomeno transitorio o controllabile. Oggi noi abbiamo il senno di prima, perché la storia ce lo fornisce su un piatto d’argento: gli strumenti retorici, le strategie di potere, le politiche dell’odio di Trump hanno precedenti ben documentati nei regimi totalitari passati, e conosciamo anche le terribili conseguenze a cui portarono. Sta alla società odierna decidere se subire passivamente questo corso o agire per deviarlo. In definitiva, come recita un adagio caro agli storici, “la storia insegna, ma ha pochi allievi”. Speriamo che in questo caso gli allievi siano numerosi, così che il 2026 non debba trasformarsi in un nuovo 1933. La storia non è scritta in anticipo: comprendere il parallelo ci dà la chance di romperlo, preservando la democrazia americana dal destino che toccò a quelle europee un secolo fa.


Fonti utilizzate

  • Richard J. Evans, “A new reich? Donald Trump poses a threat to American democracy…”, Prospect Magazine, maggio 2025
  • Matthew W. Finkin, “The ‘Seizure of Power’ 2025: An Historical Reflection”, Justia, 5 giugno 2025
  • Anne Applebaum, “Trump Is Speaking Like Hitler, Stalin, and Mussolini”, The Atlantic, 18 ottobre 2024
  • David E. Gumpert, “The Uncanny Resemblance of the Beer Hall Putsch and January 6”, The Nation, 3 gennaio 2022
  • Jason Stanley (filosofo) cit. in Milwaukee Independent, “Weaponizing identity: Trump’s undocumented registry requirement parallels Nazi-era laws”, 14 aprile 2025
  • The Guardian, “The reich stuff – what does Trump really have in common with Hitler?”, 3 giugno 2024
  • Wikipedia (en), “Donald Trump and fascism” — sezione paralleli con Mussolini e Hitler
  • Altre fonti minori e materiali di repertorio citati nel testo, per contestualizzare il parallelismo storico

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